Garlasco, dopo 18 anni la verità affoga nel pozzo della giustizia

Il Caso Garlasco dell'omicidio di Chiara Poggi. Nuova inchiesta punta su Sempio

Immaginate un film diretto da un Alfred Hitchcock strafatto e interpretato da Paolo Villaggio appena promosso a “parafulmine”: benvenuti nel caso Garlasco, un thriller giudiziario che si è trasformato in una commedia nera così grottesca da far invidia a un circo di quart’ordine col tendone bucato e l’elefante anoressico…

La storia di un mistero risolto… Anzi, no!

Tutto inizia nel 2007 con l’omicidio di Chiara Poggi, e da allora è un valzer di DNA, droni, impronte e laser che sembra un videogioco giuridico comprato in saldo. Alberto Stasi, il fidanzato, fa il giro delle montagne russe: assolto due volte con altrettanti verdetti controversi, poi condannato in appello nel 2015 con sentenza altrettanto controversa, e ora — colpo di scena da reboot tardivo — la Giustizia che sembra dire: “…Forse ci siamo sbagliati!”. Senza forse, a dire il vero: almeno un errore c’è senza dubbio, forse addirittura due! Così, spunta un nuovo sospettato, Andrea Sempio, a vivacizzare una trama che pare scritta da un dattilografo ubriacato dai misteri de “Le Iene. E noi? Seduti sul divano con i popcorn, a guardare la giustizia italiana che si perde in un labirinto di gadget forensi, mentre la verità scappa come un’anguilla oliata.

“It’s only because of their stupidity that they’re able to be so sure of themselves.”
(“È solo a causa della loro stupidità che riescono a essere così sicuri di sé.”)
…da “Il processo”, di Franz Kafka

Diciamolo senza giri di parole: ci si aspetta che la giustizia urli “colpevole oltre ogni ragionevole dubbio”, ma qui sembra un bisbiglio strozzato da un microfono dimenticato spento. Un giudice condanna, un altro scagiona, e nel frattempo Stasi si ritrova con la giovinezza polverizzata dietro le sbarre, vittima di un verdetto che ora vacilla come un castello di carte in mezzo ad un uragano. E chi gli restituisce gli anni persi? Non certo la legge, che non fa rimborsi né accetta resi per errori di fabbricazione.

È una beffa crudele, un pugno nello stomaco a chi ancora crede che il nostro sistema abbia – ameno in apparenza – un briciolo di autorevolezza. Se un giudice che condanna, una Cassazione che se ne lava le mani come Ponzio Pilato, o due toghe che assolvono… Se la Giustizia può toppare così platealmente, allora siamo tutti a un passo dal ritrovarci a tremare davanti allo specchio: “E se toccasse a me?”.

Il nuovo “cattivo” e il circo dei sospetti

Ma il copione non finisce qui. Entra in scena Andrea Sempio, il nuovo “mostro” della storia, imprigionato in una macchinazione che sembra un mix tra un mistero religioso Dan Brown e un episodio di Beautiful. Il suo legale, Massimo Lovati, ci delizia con piste da girone infernale: santuari, abusi, suicidi a catena, e magari un convento segreto dove si giocava a Cluedo con vite vere. Altro che Sherlock Holmes, roba da standing ovation entusiasta, se non fosse che c’è poco da esaltarsi.

Poi ci sono le gemelle Cappa, un duo da commedia surreale: una food blogger, l’altra neo-avvocata, invischiate in un fotomontaggio postumo di prove che compaiono e svaniscono come piccioni in un fazzoletto rosso. Si parla di abbandoni nel canale, sospetti ritrattati come in un duello tra papere da reality trash. È un gomitolo senza capo né coda, e il povero procuratore annaspa cercando un filo solido in un mare di gag da varietà.

La società: detective da salotto con la pancia piena

E noi, il pubblico? Ci improvvisiamo investigatori da divano, convinti che dopo una puntata di Quarto Grado il caso sia chiuso: colpevole servito, nero su bianco e condivisibile su Facebook. Affoghiamo la complessità nei titoli di coda e lasciamo il cervello a guardare repliche, mentre i media ci rifilano teorie da bar come fossero verità sacre. La giustizia diventa un talk show con applausi registrati, e noi, pecore con il telecomando, applaudiamo il “colpevole giusto” con l’aria da Tenente Colombo che svela il mistero. Ma nessuno si chiede: “E se fosse tutta una colossale buffonata? E se la verità non avesse un copione prêt-à-porter?”. No, troppo faticoso: meglio un like e via, che pensare è roba da matti.

Il tempo, vero carceriere, e le vittime dimenticate

Il sarcasmo non riavvolge il nastro degli anni che Stasi – se innocente o, cinicamente, se colpevole ma condannato nonostante il ragionevole dubbio – ha perso, né consola le famiglie massacrate da questa giostra senza freni. Una piange una figlia strappata via, l’altra una vita disintegrata da un possibile, se non probabile, errore che nessuno pagherà. Ogni protagonista, ogni comparsa della vicenda e del nuovo “giallo” è sempre più esposto a un teatrino mediatico che logora e distrugge, mentre gli avvocati giocano a chi urla più forte, a chi la spara più grossa e i sospetti si moltiplicano fra la pubblicità dei Tampax e del nuovo Campari Red Passion… “L’attesa della sentenza è essa stessa la sentenza!”

È un déjà-vu patologico: ogni volta che la giustizia fa capolino, sembra un remake stanco, con twist scontati e colpi di scena da film di serie B. E il buon senso? Sempre il primo a essere condannato senza appello, poi tocca alla razionalità e quindi al principio della sacrosanta presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva e contraria.

Una morale che punge come uno schiaffo

La verità è che non possiamo ridurre la giustizia a un circo dove vince chi ha la battuta migliore. Serve smontare questo carrozzone, scarnificare il processo, ripartire dagli errori — sì, dagli errori! — e non dalle condanne facili che piacciono al pubblico. Serve una riforma scritta guardandosi allo specchio e dicendo: “Non può esistere un sistema perfetto, ma migliore di questo potrebbero partorirlo anche i concorrenti del Grande Fratello”.

Nell’attesa, serve trasparenza, umanità, non un reality spietato dove il colpevole è chi fa più audience. Altrimenti, continueremo a essere spettatori urlanti in prima fila, alzando gli occhi al cielo e borbottando: “Ecco, prkma o poi succederà anche a me”. Per ora, il sipario resta aperto, e la verità? Probabilmente sta ridendo di noi da un angolo buio, l’unica che non si è ancora degnata di salire sul palco facendoci cucù dal teleschermo.

Il Pirlosofo