Oh, che spettacolo sublime, cari “Compagni”! Gli italiani – o meglio quegli italiani maestri dell’ipocrisia globale – si pavoneggiano in selfie rapiti davanti ai ponti colossali del mondo: l’Akashi Kaikyō in Giappone, un serpente d’acciaio che sfida i terremoti, o il Duge Bridge in Cina, un nastro sospeso nel vuoto che fa impallidire le nostre autostrade colabrodo. “Che ingegno umano!“, cinguettano sui social, con cuoricini e emoji ammirate. Poi, atterrati in patria, eccoli trasformati in crociati contro il progresso, in “nazi-ambientalisti”: selfie, sì, ma alle manifestazioni anti-ponte sullo Stretto, con cartelli “No al mostro di cemento!”, “NO Ponte e NO Salvini” e in bella vista quei bei faccioni da martiri. Come se, per loro, il progresso fosse un virus straniero, da abbracciare solo in vacanza.
Ecco di cosa parliamo:
Arrabbiato? Bollente come l’asfalto calabrese d’agosto della Salerno-Reggio Calabria. Perché questo doppio standard è un circo grottesco: l’Italia come un ubriaco che ammira le Ferrari elettrificate altrui, ma rifiuta di cambiare la sua Fiat Uno Diesel scassata e inquinante. Sveglia, Pirlosofi: o costruiamo ponti veri, o restiamo isole di invidia, collegati solo da traghetti che puzzano di nafta, mafia e ritardi cronici.
Riavvolgiamo il nastro della farsa, una cronostoria che sembra scritta da un comico sadico. L’idea del ponte nasce dai Romani – già loro sognavano di cucire Sicilia e Calabria come un sarto impazzito – ma entra nel vivo negli anni ’60 con studi preliminari, tipo un flirt che non decolla. Nel 1981 sbuca la Società Stretto di Messina, un’entità fantasmagorica che promette meraviglie, ma ci regala solo costi inutili. Berlusconi, nel 2001-2006, la spinge come un toro: approva il progetto, assegna la gara a Impregilo (ora Webuild; okay, forse i soliti noti). Ma arriva Prodi nel 2006 e zac! Annullato, “priorità altrove”. Una storia che è metafora perfetta per l’Italia che rincorre farfalle anzichè cacciare quaglie.
Berlusconi rilancia ancora nel 2008-2011, ma Monti nel 2013 lo affossa condannato le casse pubbliche a penali da capogiro, un salasso che grida vendetta. Renzi ci riprova nel 2015, un fuoco di paglia. Poi, Meloni nel 2023 riaccende la miccia: decreto legge, aggiornamento del progetto. Nel 2024, approvazioni preliminari e espropri che fanno urlare i proprietari come galline spennate. Oggi, 14 agosto 2025, il clou: il 6 agosto il Cipess ha benedetto il progetto da 13,5 miliardi, cantieri forse già a settembre, fine entro 2032. Un mostro sospeso: campata da 3.300 metri (mangia l’Akashi a colazione), torri da 399 metri come giganti che baciano il cielo, alta velocità per treni che finalmente non sembreranno carrozze da Far West. Prossimi atti: gara appalto, ricorsi inevitabili, del resto l’Italia è un tribunale perenne.
Le proteste e le contraddizioni
E le reazioni degli ultimi mesi? Un’arena di gladiatori dove i politici si sbranano per like e voti, un teatrino che fa rimpiangere i burattini di Pinocchio. Da destra, il governo Meloni balla la tarantella della vittoria. Salvini, il 6 agosto su X, tuona: “Ok al progetto definitivo! Scriviamo la storia, un’opera che farà bene da Sud a Nord”, come se fosse lui l’ingegnere capo e non un urlatore seriale. Meloni, la leonessa, ruggisce: “Strategica per la Nazione”, dipingendola come elisir per il Sud malato, peccato che il suo centrodestra abbia già bruciato miliardi in ritardi passati. Giorgetti firma patti al MIT, promettendo posti lavoro come un Babbo Natale in anticipo. Dall’opposizione, sinistra e M5S affilano i coltelli dell’ideologia. Schlein (PD): “Follia assoluta, toglie fondi a infrastrutture vere”, lei che rappresenta un partito che un giorno è pro, l’altro contro, come una banderuola al vento. Fratoianni (AVS): “Scelta folle, ignora i rischi ambientali”, applausi, il paladino verde che dimentica quanto inquinino i traghetti attuali. Conte (M5S): “Inutile, alto rischio sismico e mafioso”, l’ex premier che ora gioca al no-global, dopo aver governato con chi lo voleva. Il PD, ironia suprema, scorda quando Prodi era fan nel ’98. Proteste a Messina con scontri, un caos che puzza di opportunismo. In sintesi: destra cavalca per voti meridionali, sinistra ostruisce per voti dei “nazi-green”, dei “polentoni nazi-leghisti” e dei messinesi che guardano gli interessi propri. Tutti pirla in maschera, messinesi a parte.
Passiamo ai pro e contro dell’opera finita, per non affogare in slogan vuoti come bolle di sapone.
Pro (o i sogni rosa dei visionari):
- Connettività turbo: Sicilia-Calabria unite in un baleno, addio ai traghetti lumaca che ti fanno rimpiangere il Medioevo.
- Boom economico: 100.000 posti lavoro, turismo che esplode come un fuoco d’artificio, Pil regionale su del 1-2% – l’Italia del Sud come un paziente che finalmente respira.
- Trofeo ingegneristico: Ponte record mondiale, un dito medio all’arretratezza, simbolo di un’Italia che osa invece di piagnucolare.
- Tutela ambientale furba: Meno navi, meno CO2, traffico fluido che riduce lo smog – un ponte verde camuffato da gigante d’acciaio.
Contro (o gli incubi neri dei catastrofisti):
- Costi da rapina: 13,5 miliardi che lieviteranno come un soufflé fallito, tipo Mose o Expo – tasche vuote per un capriccio.
- Ecocidio silenzioso: Ecosistemi marini sfregiati, uccelli migratori disorientati come ubriachi, correnti marine stravolte.
- Terremoto party: Zona sismica da brividi, resistenza a magnitudo 7+? Dubbi come un castello di carte in vento forte.
- Mafia in agguato: Appalti come miele per le api criminali, l’Italia che insegna corruzione al mondo.
- Alternative snobbate: Sistemare strade siciliane o potenziare traghetti costa meno, urgenza vera invece di show.
Un’opera tra progresso e interessi politici
Ed eccoci al clou, il pugno nello stomaco: questa ipocrisia mi fa schiumare come un cappuccino bollente. I cittadini contrari – quei “no-tutto” che marciano come zombie ambientalisti – postano selfie estasiati davanti al Bosforo Bridge, un serpente d’acciaio che unisce Asia ed Europa, o al Golden Gate, icona di audacia yankee. “Che capolavoro!“, sbavano. Poi, in Italia, selfie dalle barricate anti-ponte, urlando “salviamo i delfini!“, come se i delfini preferissero i fumi dei traghetti.
Perché questo masochismo? Buonismo da salotto, paura del nuovo come un bambino del buio, o invidia cronica per chi osa? Critico tutti, senza sconti: Meloni e la sua destra, ma soprattutto quell’opposizione “sinistra”, pirla ideologici che ieri erano pro e oggi contro, banderuole al servizio del voto facile e della “bottega… Oscura”.
Il peso simbolico del Ponte
E voi semplici “compagni”? Pirla supremi: turisti dell’ipocrisia che applaudite ponti altrui ma sabotate i nostri, come un cane che morde la mano che lo nutre. Così, l’Italia resta un ponte interrotto, un coito coitus interruptus del progresso.
Concludendo, questo ponte è uno specchio: riflette la nostra anima bifronte, Janus all’italiana. Smettiamola con i selfie schizofrenici. O costruiamo futuro, abbracciando l’audacia ovunque, o restiamo a invidiare il mondo dai nostri scogli isolati. Altrimenti, la democrazia diventa un ponte crollato, dove l’ipocrisia regna e il progresso affoga nel Mediterraneo.
